Vorrei invece parlare di voi, che ogni anno riempite questo teatro!

Discorso di comiato di David Clodig al 57. Dan emigranta a Cividale del Friuli.

David Clodig

Buongiorno a tutti, a nome mio ed a nome delle organizzazioni slovene SKGZ – Unione culturale ed economica slovena e SSO – Confederazione delle organizzazioni slovene.

Ho deciso che oggi non vi parlerò delle difficoltà legate allo spopolamento delle zone di montagna e nemmeno dell’abbandono dei boschi, dei prati e dei terreni coltivati.

Non parlerò di marginalità del nostro territorio montano, che rimane isolato pur trovandosi al »centro« dell’Europa e pur essendo contiguo alla valle dell’Isonzo (da anni un ottimo esempio di politica economica alternativa). Non vi parlerò di come il nostro territorio potrebbe mettere a frutto e arricchire le esperienze di determinati soggetti economici che hanno cura di esso, non solo dal punto di vista professionale, ma anche da quello affettivo ed emotivo.

Non parlerò delle decisioni relative alla forma da dare alle amministrazioni locali. Non parlerò quindi delle UTI e nemmeno di quell’insopportabile riformismo senza fine delle autonomie locali che rende impossibile la loro efficienza e indebolisce le potenzialità già critiche della nostra comunità.

Non parlerò dell'(in)utilità e dell'(in)efficienza di determinate strutture che ancora operano nella nostra area. Strutture che non si preoccupano di noi, dello sviluppo e nemmeno di una maggiore qualità della vita, perché sono semplicemente fini a se stesse.

Non parlerò della scarsa lungimiranza dei progetti di sviluppo, della mancanza di una visione strategica ed a lungo termine e della (non) collaborazione tra i vari soggetti.

Non parlerò dei doppioni all’interno delle nostre stesse organizzazioni, che indeboliscono la nostra comunità, nel senso che utilizzano parte dei fondi che potrebbero essere utilizzati per altre attività o per il potenziamento della nostra presenza sul territorio.

Non parlerò della lentezza che le istituzioni e buona parte della nostra società dimostrano nell’accettare le nuove sfide della vita moderna.

Non parlerò dell’assoluta necessità che agli sloveni in Italia venga riconosciuto il diritto a un proprio rappresentante nel parlamento italiano: ciò non solo per un diritto acquisito per legge, ma anche per un semplice atteggiamento che dovrebbe essere proprio di uno Stato di diritto.

Non parlerò di un certo revisionismo storico, oppure di certi sloveni che non si ritengono sloveni, ma vorrebbero utilizzare i fondi destinati agli sloveni, e nemmeno dei nemici degli sloveni.

Non parlerò di quanto la giornata dedicata all’emigrante sia ancora di stretta attualità. Pensiamo solamente a tutte quelle persone – e penso soprattutto ai giovani laureati – che continuamente lasciano il loro luogo natio per cercare fortuna, lavoro e benessere altrove. Non parlerò di quanto noi facciamo per l’educazione e la formazione dei giovani, di quanto ci impegnamo per metterli nelle condizioni di avere successo, per poi perderli nell’assoluta impotenza.

Non parlerò, in generale, di tutti quei problemi ai quali dovrebbero porre rimedio le amministrazioni statali, regionali e locali, e nemmeno di quelle di cui dovrebbero preoccuparsi i rappresentanti politici e tutti coloro che sono (e siamo) pagati per porvi rimedio ed essere parte attiva e positiva di questa nostra società.

E, per terminare, non parlerò di tutte le rimanenti promesse non mantenute che noi sloveni abbiamo sentito, anche da questo stesso palco.

Vorrei invece parlare di voi, che ogni anno riempite questo teatro, di voi che siete la parte più importante della nostra comunità, di voi che accompagnate ogni giorno i vostri figli alla scuola bilingue, di voi che vorreste l’insegnamento della lingua slovena anche nelle vostre scuole, di voi che amate la nostra lingua e la nostra cultura e che la tramandate ale nuove generazioni, di voi che lavorate per il bene della nostra società e che lavorate instancabilmente e nell’ombra per il successo della vostra associazione, di voi che ascoltate con grande pazienza il mio discorso (e forse anche gli altri) e vi chiedete ogni tanto di che cosa stiamo parlando.

L’assurdo è che proprio nell’era della comunicazione, con tutti i mezzi che abbiamo oggi a disposizione per migliorare il flusso delle informazioni, siamo spesso male informati sul lavoro e sulle attività che si svolgono intorno a noi, senya averne nemmeno la sensazione.

Circa un mese fa, camminando tra San Pietro al Natisone e Sorzento, mi è capitato di incontrare un bambino che frequenta la nostra scuola dell’infanzia. Camminava nella direzione opposta accompagnato dalla mamma. Mi salutano educatamente ed io ho ricambio. Dopo qualche secondo sento il bambino dire alla mamma: »Sai, mamma, conosco quell’uomo, è uno della mia scuola!«

Ora, questa simpatico aneddoto è stato in verità per me molto importante per un motivo molto semplice. Il bambino, che evidentemente non può tra le varie figure riconoscere quella del dirigente e tantomeno la sua funzione, si era espresso come una parte integrante di un corpo ovvero di una comunità nella quale si riconosce e della quale si sente parte attiva.

Probabilmente è solo una mia fantasia o illusione. Ma ad iniziare dalla scuola dobbiamo capire che siamo parte della nostra comunità, cioè del popolo e della cultura slovena.

E non basta essere legati alla lingua e alla tradizione, ma dobbiamo conoscerci tra noi ed essere informati dell’attività dell’altro. In poche parole è necessario rinforzare i legami e quel senso di appartenenza che dev’essere coltivato già dall’infanzia.

La scuola ha in questo processo un ruolo molto importante. Attorno ad essa ruota un mondo di progetti, attività e idee. I bambini e le famiglie devono, anche attraverso la scuola, venire a contatto diretto con le associazioni e con le persone che si occupano della nostra cultura. Da questo punto di vista, almeno per quanto concerne l’Istituto comprensivo Paolo Petricig, siamo già da tempo sulla buona strada e l’intuizione relativa alla collaborazione con il territorio ha fondato nella nostra istituzione ottime radici.

Quel che manca ancora oggi è forse una risposta di ritorno.

Quante tra le nostre famiglie e i nostri bambini sono soci delle nostra associazioni e istituzioni? Quante tra le nostre famiglie e i nostri bambini partecipano alle manifestazioni sul nostro territorio? Quante tra le nostre famiglie e i nostri bambini sono informati sulle nostre attività e sul loro grado di importanza?

Il loro numero potrebbe essere maggiore. Considerando il potenziale sul quale potremmo contare, potremmo ottenere risultati migliori per il nostro territorio e potremmo darci degli obiettivi ancora più ambiziosi.

Perciò da questo palco invito tutti voi ad essere più decisi nel senso di appartenenza alla nostra comunità, in relazione al mantenimento della nostra lingua, alla cura del bellissimo ambiente in cui viviamo, nel tramandare la tradizione e nell’accoglimento delle nuove sfide che ci propone la società attuale.

Combattete per la scuola slovena nelle valli del Torre, a Resia e nella Valcanale. Combattete per la continuazione degli studi nelle scuole slovene e all’università. Combattete per il riconoscimento e ancora di più per il rispetto dei diritti acquisiti che troppe volte rimangono scritti sulla carta.

Fate tutto ciò che è necessario affinché la nostra storica debolezza di minoranza in zona di montagna diventi un punto di forza, cioè la bandiera di una comunità attiva in un posto meraviglioso.

Ne conseguirà un’aumentata collaborazione, il turismo si rafforzerà, l’economia si svilupperà. I nostri bravi studenti non avranno bisogno di trasferirsi alla ricerca di un lavoro adeguato e la politica seguirà le nostre istanze e risolverà i nostri problemi, etc.

Sto sognando un po’, sto pure esagerando, non trovate?

Ma noi abbiamo la scuola bilingue, il museo SMO, la Stazione Topolò, la Casa della cultura resiana, la scuola di musica, il festival della canzone delle Valli del natisone, il gruppo teatrale Beneško gledališče, l’associazione egli agricoltori Kmečko zveza, l’associazione dei pensionati Srebrna kaplja, la Planinska družina, il Barski oktet, i gruppi folkloristci, i giornali Novi Matajur e Dom, le associazioni Cernet e Planika, i musei di Lusevera e Stolvizza, e così via…

E questo solo perché qualcuno prima di noi ha sognato e soprattutto è stato capace di avverare i propri sogni. Anche noi dobbiamo essere così! Dobbiamo avere coraggio e combattere per la nostra cultura!

Questo è il mio augurio per il nuovo anno!